La politica dopo il referendum. Il centro costituzionale e la metafora dello squash

La partita che si è già aperta in vista della prossima legislatura non si giocherà perciò solo sul terreno della conquista dei voti ma dovrà guardare alla costruzione di una maggioranza in grado di occupare stabilmente la “T” dell’arco costituzionale: quel punto da cui è possibile intercettare le diverse traiettorie del consenso, ridurre lo spazio degli avversari e, soprattutto, dettare il ritmo dell’azione politica, non sostituendo ma stimolando l’autonomia della società civile e dei territori.

(La partita politica e la “T” dello squash. Decisivo chi occupa il centro del campo. Avvenire, 22 aprile 2026)

Nello squash la “T” è l’incrocio delle linee al centro del campo. Chi riesce ad occupare stabilmente questa posizione non si limita a rispondere ai colpi dell’avversario: ne anticipa le traiettorie, ne riduce gli spazi, ne determina il ritmo.

Se la proiettiamo sul piano politico, questa immagine ci consente di leggere una dinamica che, alla luce dell’esito referendario e della discussione che si è sviluppata a seguito dell’informativa della Presidente Meloni al Parlamento, appare sempre più evidente: la partita politica non si gioca solo negli angoli ma, in modo decisivo, su quella “T” dove convergono le linee dell’arco costituzionale.

Negli ultimi anni le forze politiche che hanno registrato maggior consenso hanno giocato più cercando gli angoli che il centro del campo. Chi però rimane troppo a lungo negli angoli è costretto a rincorrere, a sprecare energie, giocando perlopiù di reazione e contando su una visuale ridotta. Il controllo del gioco appartiene invece a chi riesce a occupare, dopo ogni colpo, il centro del campo, confinando gli avversari negli angoli.

Tradotto nella dinamica politica, occupare la “T” del sistema significa assumere una funzione specifica: non solo di rappresentanza intesa come mandato, somiglianza e similarità ma come responsabilità, esercitando una funzione politico-costituzionale di regolazione delle dinamiche politiche, degli equilibri tra i poteri dello stato e delle relazioni del politico con l’economico ed il sociale, dettando i tempi e la direzione del gioco. 

Il ‘centro’ è il punto in cui si ricongiungono e si tengono insieme i valori che compongono il prisma costituzionale: personalismo, libertà e coesione, identità e pluralismo, centralismo e sussidiarietà, decisione e garanzia. E dal quale è possibile preservare la loro capacità di sintesi politica e di ragionevole bilanciamento a seconda dalle circostanze contingenti, del contesto e della sensibilità sociale.

La contesa politica, in questo punto, si trasforma in governo e il consenso in stabilità. Questa opzione politica, da intendersi non come posizionamento ma come postura costituzionale, è quella che abilita, chi è in grado interpretarla, all’esercizio di quella che si è soliti indicare come la funzione di regolazione della forma di governo.

L’esito del recente referendum ha reso ancora più visibile l’esigenza di riattivare questa funzione di regolazione tutta interna al sistema politico. Ha mostrato, da un lato, i limiti delle proposte politiche che si collocano esclusivamente su uno dei lati del campo; dall’altro, la domanda di una politica capace di offrire direzione, non soltanto contrapposizione. In altri termini, ha riportato al centro la questione della forma di governo e la necessità di ripristinarne le dinamiche di funzionamento, piuttosto che attraverso il ricorso all’ingegneria costituzionale, attraverso la capacità dei partiti di relazionarsi all’interno dei binari costituzionali, preservando l’equilibrio sostanziale tra poteri. 

La partita che si è già aperta in vista della prossima legislatura non si giocherà perciò solo sul terreno della conquista dei voti ma dovrà guardare alla costruzione di una maggioranza in grado di occupare stabilmente la “T” dell’arco costituzionale: quel punto da cui è possibile intercettare le diverse traiettorie del consenso, ridurre lo spazio degli avversari e, soprattutto, dettare il ritmo dell’azione politica, non sostituendo ma stimolando l’autonomia della società civile e dei territori.

Chi riuscirà a farlo non dovrà apparire necessariamente più moderato, ma certamente costituzionalmente affidabile e capace di governare. Come nello squash, non è il colpo o il recupero più spettacolare a decidere la partita, ma la capacità dei giocatori di tornare, con continuità e disciplina, al punto a partire dal quale ogni colpo diventa praticabile secondo la più ampia prospettiva visuale possibile.


E allora, si farà o no un nuovo partito di centro? E che fisionomia avrà o potrebbe avere?

L’ultimo numero della rivista Paradoxa, dal titolo “Palla al centro. Identikit del partito che (ancora) non c’è” (n. 1/2026), a cura di Leonardo Becchetti e Flavio Felice, si sofferma proprio su questi interrogativi. Le analisi proposte convergono almeno su un aspetto: il centro non è un luogo o una collocazione, ma un’operazione, una «sintesi», un «metodo», una «chiave di lettura», una «postura», una «cultura», una «prassi». Lo sforzo, da parte di tutti gli autori è quello di profilare l’identità centrista con contenuti il più possibile nitidi, tra i quali emergono senz’altro: personalismo, europeismo, principio di sussidiarietà, ispirazione cristiana, salvaguardia delle istituzioni e dell’interazione con i corpi intermedi (contro la disintermediazione), opzione in favore della complessità di contro a soluzioni semplificatorie e polarizzanti.

➡️Fabio G. Angelini, Il “centrismo” tra crisi costituzionale, società digitale e rappresentanza responsabile

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