Lo Stabilicum: costi transattivi, rendite politiche e incentivi nascosti. La riforma elettorale al di là della retorica della governabilità

Quando si discute di legge elettorale, il dibattito tende naturalmente a polarizzarsi attorno a due domande: chi ci guadagna e chi ci perde. È una lettura legittima, ma sarebbe più corretto chiedersi quali incentivi produce un sistema elettorale rispetto ad un altro, quali costi genera e su chi li scarica.

(MilanoFinanza, 4 luglio 2026)

Quando si discute di legge elettorale, il dibattito tende naturalmente a polarizzarsi attorno a due domande: chi ci guadagna e chi ci perde. È una lettura legittima, ma sarebbe più corretto chiedersi quali incentivi produce un sistema elettorale rispetto ad un altro, quali costi genera e su chi li scarica.

La letteratura ha identificato una tensione strutturale che nessun sistema elettorale può eliminare ma solo gestire parzialmente: quella tra rappresentanza e governabilità. Un proporzionale puro riduce gli errori di rappresentazione, poiché consente al Parlamento di rispecchiare più fedelmente la distribuzione dei voti, ma frammenta l’assemblea elettiva, moltiplicando il numero dei soggetti che devono accordarsi per formare una maggioranza. I costi transattivi legati al political bargaining aumentano perciò considerevolmente. Un maggioritario, viceversa, comprime la rappresentanza ma abbatte notevolmente quei costi, spingendo i partiti ad aggregarsi prima del voto. L’analisi economica del diritto chiama questo equilibrio impossibile il Republican Compromise: migliorare la rappresentanza costa in efficienza decisionale ma, quest’ultima, peggiora la rappresentanza. Ogni riforma elettorale è una risposta a questa tensione. La domanda che occorrerebbe porsi non è dunque se “questo sistema è buono?” quanto, piuttosto, “dove il sistema elettorale colloca l’equilibrio? chi ne sopporta i costi?”.

Il primo aspetto da considerare riguarda il fatto che il sistema maggioritario riduce i costi transattivi. Esso, tuttavia, non produce stabilità perché premia il vincitore con seggi aggiuntivi, ma perché è in grado di innescare una pressione endogena che porta verso la riduzione dei partiti e, dunque, la ristrutturazione del sistema politico. È la legge di Duverger: nei collegi uninominali il voto al perdente tende a zero. I partiti minori hanno quindi un incentivo razionale ad aggregarsi ai grandi prima del voto. Il political bargaining non viene eliminato ma semplicemente ricondotto all’interno dei partiti e gestito secondo le regole interne (auspicabilmente, ma non sempre, democratiche) di ciascuno. I tentativi di introdurre sistemi maggioritari, nel nostro Paese, non hanno tuttavia prodotto tali risultati. Essi sembrano piuttosto aver moltiplicato il potere di ricatto dei piccoli partiti all’interno delle coalizioni, spinto il sistema politico verso posizioni sempre più estreme e identitarie e favorito l’ascesa di personalismi politici e partiti personali anziché ispirato la nascita di moderne piattaforme politiche ancorate alle grandi famiglie politiche europee. Lo Stabilicum è un sistema a base proporzionale. In assenza di una spinta centripeta che, come evidenziato da Roberto D’Alimonte, finisce per trasformarsi in un vero e proprio disincentivo laddove le coalizioni non abbiano la possibilità di raggiungere la soglia del 42%, i partiti sono solo in minima parte spinti ad aggregarsi in vere e proprie piattaforme politiche. Sebbene il premio di coalizione riconosciuto al raggiungimento di tale soglia introduca un correttivo maggioritario che incentiva le alleanze politiche, resta comunque il fatto che una coalizione non è in grado di ridurre strutturalmente la frammentazione del sistema. All’interno di esse gli attori politici mantengono infatti identità e interessi propri che ciascuno di essi punta a preservare.

Il secondo aspetto attiene, dunque, alla constatazione che con lo Stabilicum non vengono meno né il political bargaining né i relativi costi transattivi. In un proporzionale con premio di maggioranza il negoziato politico non si riduce, semplicemente si distribuisce in tre momenti distinti. Il primo è pre-elettorale: per accedere al premio le forze politiche negoziano programmi, candidature e distribuzioni di potere in sede informale, tra segreterie, senza controllo parlamentare. Il secondo è la formazione del governo: ogni partito della coalizione sa di essere necessario alla maggioranza e usa questa posizione per massimizzare la propria quota di potere. L’analisi economica chiama questo meccanismo contractual hold-up: chi può bloccare un accordo acquisisce un potere contrattuale superiore al proprio peso effettivo. Il terzo momento è l’intero corso della legislatura: ciascun partito tenderà a usare i propri temi identitari come leva di pressione permanente sull’agenda, rinegoziando continuamente i termini dell’accordo. La domanda che questo schema pone non è se tale dinamica sia inevitabile, posto che non lo è, in misura variabile, in ogni democrazia pluralista, ma se lo Stabilicum la contenga rispetto al sistema attuale o la sposti verso sedi meno visibili e soggette al controllo democratico.

Il terzo aspetto riguarda, infine, le liste bloccate e la struttura degli incentivi. In assenza di preferenze di voto, la posizione in lista determina l’elezione. Il candidato massimizza le proprie probabilità non cercando il consenso dell’elettore, ma ottenendo una collocazione favorevole nelle scelte del vertice di partito. L’analisi economica riconduce queste dinamiche, a seconda dei casi, al rent-seeking e al rent-estraction: la competizione non mira a creare valore, ma a ottenere una posizione protetta dalla concorrenza o estrarre una rendita. Il parlamentare eletto è formalmente “responsible” verso l’elettore, ma sostanzialmente dipendente da chi lo ha inserito in lista. Se questo costituisca un problema dipende da come si interpreta il mandato parlamentare e quale concezione della rappresentanza il sistema intende abbracciare.

Il contributo della public law and economics non mira ad indicare quale sistema elettorale sia preferibile in assoluto. Posto che una simile valutazione non può essere fatta in astratto, risultando a tal fine determinante l’analisi delle caratteristiche del sistema politico di ciascun Paese, esso suggerisce piuttosto un metodo per un confronto costruttivo tra le forze politiche: mappare gli incentivi prodotti da una riforma, i costi generati e la loro distribuzione tra i diversi attori. Nel caso dello Stabilicum, le domande rilevanti sono almeno tre. Il premio di maggioranza riduce i costi transattivi del processo decisionale o li redistribuisce verso sedi negoziali meno soggette al controllo democratico? Le liste bloccate modificano la struttura “responsible” del parlamentare eletto, e in quale direzione? Il premio maggioritario produce incentivi coerenti con gli obiettivi dichiarati o effetti collaterali in termini di costi transattivi e rendite politiche? Sono domande tecniche, non ideologiche che possono ricevere risposte diverse a seconda delle preferenze espresse dal sistema politico sui valori in gioco: rappresentanza, stabilità, trasparenza, efficienza. Ma per rispondervi con serietà, occorre prima averle poste nel modo giusto.

Fabio G. Angelini

Professore associato di Diritto amministrativo e pubblico, UniNettuno Università di Roma

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