Il 17 aprile 2026 il Prof. Angelini è stato ospite del programma “Aria Pulita” condotto da Simona Arrigoni, intervenendo sulle prospettive dell’azione dell’esecutivo alle prese con un complicato finale di legislatura, segnato dalla crisi energetica e dalla guerra in Iran, dalla fine del PNRR e dalla necessità di sostenere gli investimenti pubblici e privati nonostante gli spazi sempre più ridotti di politica fiscale.





“Per capire quali possano essere i reali margini di azione di questo esecutivo, da qui alla conclusione della legislatura, dovremmo partire da un’analisi oggettiva di quella che è sin qui stata l’azione del Governo. Cassese nel suo editoriale di ieri sul Corriere osserva che non è vero che il governo non ha fatto nulla: probabilmente ha fatto molto, ma il problema – secondo Cassese – è come lo ha fatto. Sono d’accordo con Cassese, ma ipotizzare che a fine legislatura sia possibile un sostanziale cambio della postura politico-costituzionale di questa maggioranza è ormai irrealistico.
Diciamolo pure, questo esecutivo aveva un compito prioritario: portare a buon fine il PNRR. Io credo che il bilancio sia complessivamente positivo sebbene alcune scelte fatte dal precedente esecutivo (gestione fortemente burocratica e centralistica con scarso ricorso alla leva del PPP) abbiano finito per ridurre l’impatto benefico del PNRR sull’economia reale, senza peraltro riuscire a realizzare l’auspicata ristrutturazione del nostro sistema economico riducendone la dipendenza dalla spesa pubblica e incrementando la produttività.
Per il resto, la dichiarazione di incostituzionalità dell’autonomia differenziata, l’esito del referendum sulla giustizia e le altre riforme costituzionali ormai difficilmente realizzabili dopo la bocciatura referendaria, lasciano effettivamente la sensazione che a questo esecutivo manchi quella misura bandiera con cui potersi presentare alle prossime elezioni.
Questo è senz’altro un punto decisivo che può giustificare una certa preoccupazione nella maggioranza. Ma non può certo diventare un alibi per tirare a campare. Non se lo può permettere la maggioranza, figuriamoci il Paese.
Mi consenta tre considerazioni.
Primo: Il problema dell’Italia non è mai stato spendere, ma come decide di spendere. È un problema di governo della spesa pubblica e di efficienza dei processi decisionali pubblici. Il PNRR, pur con le sue imperfezioni, ha introdotto una nuova proceduralità amministrativa sul lato della gestione della spesa per investimenti, coerente con la cornice eurounitaria, che non va dispersa.
Secondo: la mera prudenza finanziaria non è sufficiente se non accompagnata da una spending review a sostegno di una coerente idea di politica industriale e sociale. Forse, sin qui, sono mancate entrambe (spending review e politica industriale e sociale). È pienamente comprensibile, sul piano politico, la richiesta di sospendere il Patto di stabilità. Tuttavia, per poter essere perseguita, è necessario che ciò avvenga in presenza di determinati presupposti evitando il panico e, soprattutto, che si dica anche per fare cosa, chiarendo che dietro questa proposta non c’è alcuna idea di ricorrere a bonus temporanei e a sussidi indiscriminati.
Questo non è uno shock di domanda, è uno shock di offerta. Se non gestita avendo ben a mente questa caratteristica, si rischia di alimentare l’inflazione con effetti pericolosissimi sulla dinamica generale dei prezzi e dei salari, già provata dagli shock precedenti. Il punto allora non è sospendere i vincoli, ma preservare l’operatività della funzione di stabilizzazione tipica della politica fiscale. Sennonché, avendo una struttura di bilancio molto rigida, i nostri spazi fiscali sono per forza di cose più ristretti rispetto ad altri Paesi.
I nostri devono perciò essere interventi mirati, temporanei e accompagnati da una vera riallocazione strategica della spesa che, tuttavia, potrà semmai solo essere impostata in questo breve lasso di tempo che ci separa dalle elezioni.
Terzo: Poi c’è la partita europea. La crisi iraniana ci dice una cosa chiarissima: energia, difesa e infrastrutture sono ormai beni pubblici europei, senza i quali il nostro mercato unico semplicemente non esiste. Su questo terreno l’Italia, anche alla luce dei suoi ridotti spazi fiscali, è giusto che faccia sentire la sua voce affinché si possa far fare all’Unione Europea un ulteriore passo in avanti sul piano politico-strategico.
E allora, per tornare alla sua domanda, l’unica strada percorribile mi pare perciò quella del pragmatismo politico: ovvero fare esattamente ciò che ci si aspetterebbe da un governo di centro-destra.
1) Sussidiarietà: rendere pienamente operativo, sfruttando l’effetto leva sulle risorse pubbliche, il modello delle partnership pubblico-privato (con ampio ricorso all’iniziativa e alla progettualità dei privati) per il post PNRR, applicandolo a tutti gli investimenti pubblici nelle infrastrutture innovative e sostenibili e nelle infrastrutture sociali. Esaurito il PNRR occorrerà coinvolgere la società civile nella ristruttuzione del nostro sistema economico e di welfare ribaltando la prospettiva: il settore pubblico come fattore abilitante delle transizioni e dell’innovazione sociale (a partire dall’edilizia scolastica, dal piano casa, dalla rigenerazione urbana e dalla riperimetrazione del SSN) piuttosto che come freno.
2) Non sussidi per contrastare la crisi energetica ma: liberalizzare e semplificare investimenti in rinnovabili, stoccaggi e autoproduzione industriale; cornice regolatoria stabile per i contratti di approvvigionamento a lungo termine (PPA); Non sussidiare la domanda ma mettere le imprese nelle condizioni di produrre energia a prezzi inferiori aumentando la resilienza e la competitività del sistema industriale. Facendo ovviamente interventi mirati a sostegno delle fasce più deboli e per il contrasto alla povertà energetica.
3) Super-ammortamento automatico per gli investimenti privati (innovazione, automazione, sostenibilità) senza bandi e senza discrezionalità amministrativa. Occorre creare una cornice stabile, senza intermediazione burocratica, per favorire gli investimenti privati (la partita dell’implementazione dell’AI nel nostro tessuto produttivo è tutta da giocare e, quale seconda manifattura europea, possiamo dare un contributo significativo al recupero della produttività dell’industria europea). Rafforzando contemporaneamente le funzioni pubbliche a sostegno dell’innovazione e l’intero ecosistema degli investimenti.”

