Il desiderio è la radice umana della solidarietà e della sussidiarietà
Nei giorni scorsi, il filosofo Dario Antiseri ci ha ricordato su questo giornale come nella dottrina sociale della Chiesa i principi di sussidiarietà e solidarietà, oltre ad essere strettamente connessi l’uno all’altro, trovano la propria ragion d’essere nella dignità umana e, in definitiva, nell’essere dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio. Se “l’uomo deve contribuire con i suoi simili al bene comune della società a tutti i livelli”, allora “né lo Stato, né alcuna società devono mai sostituirsi all’iniziativa e alla responsabilità delle comunità intermedie in quei settori in cui esse possono agire, né distruggere lo spazio necessario alla loro libertà”.
Questi principi, che si fondano sul primato della persona e della sua libertà, impegnano profondamente l’uomo nella costruzione di un reticolo di relazioni sociali all’interno delle quali devono trovare spazio sia la dimensione dei doveri e dei diritti, che quella del dono di sé che si sviluppa nella dialettica del rapporto tra finito e infinito che è iscritta in ogni uomo. Tuttavia, per l’uomo contemporaneo, preso dalla soddisfazione immediata dei suoi bisogni e dalla ricerca dei modi per sfuggire alle incertezze e instabilità del nostro tempo, solidarietà e sussidiarietà finiscono per essere visti come dei pesi ulteriori che, anziché alleviare le fatiche, le paure e le sue angosce, contribuiscono al suo ripiegamento su sé stesso piuttosto che alla sua liberazione. E così, ad una società solidale e sussidiaria, l’uomo contemporaneo sembra preferirne una assistenziale e deresponsabilizzante rispetto alle sorte dell’altro, ritenuta maggiormente capace di alleviare le sue pene, le incertezze e le inquietudini. Così facendo però, l’uomo rischia di perdere la sua (vera) libertà e, con essa, il suo desiderio profondo di essere.
C’è una radice umana nella difficoltà dell’uomo contemporaneo di comprendere fino in fondo il senso dei principi di solidarietà e sussidiarietà nella prospettiva antropologica espressa dalla DSC. Può sembrare infatti un paradosso, ma più l’uomo vede ampliarsi la propria libertà, la possibilità di scegliere e di rischiare, più cresce in lui il rischio di cedere alla paura e all’angoscia e, con esse, di rinunciare spontaneamente alla propria stessa libertà nel vano tentativo di contrastare questi sentimenti. Come può allora una società che si regge sulla paura, sull’angoscia, sulla separazione anziché sulla relazione con l’altro, fare della libertà individuale la propria stella polare e, dunque, della solidarietà e della sussidiarietà la via per realizzare il bene comune?
Il fondamento della solidarietà e sussidiarietà nella dignità umana, richiamato da Antiseri, ci porta al cuore della questione. Di fronte al peso dell’angoscia che deriva, come ci ha insegnato Kierkegaard, dalla possibilità di scelta che è espressione della nostra stessa libertà, l’uomo contemporaneo è chiamato a scegliere se stesso, seguendo cioè quel desiderio profondo di bene, di amare ed essere amati che, per la sua natura infinita, lo spinge a superare sé stesso quale risposta ad una vocazione che si radica in quella tensione tra finito ed infinito che è iscritta nel cuore di ciascun uomo.
È il desiderio, infatti, che permette all’uomo di uscire da sé stesso aprendosi verso l’altro. La solidarietà perciò, se non radicata entro il desiderio profondo di ciascun uomo, si riduce ad un volontarismo senz’anima, per sua natura instabile e insostenibile, teso ad una ricompensa che ne svilisce il senso, collocandolo al di fuori della dimensione del dono di sé. Al contrario dell’assistenzialismo che immobilizza la società, quando si unisce alla volontà, questo desiderio profondo è invece generativo, capace cioè di far fiorire l’uomo e con esso la società intera grazie al suo potenziale trasformativo.
La degenerazione in chiave assistenziale del nostro sistema di solidarietà pubblica ha dunque una radice umana. Il superamento dell’assistenzialismo non è solo una necessità dettata dalla sua insostenibilità dal punto di vista delle finanze pubbliche o delle dinamiche demografiche. Esso lo è ancor di più sul piano etico in quanto non conforme a quella stessa dignità umana che spinge invece l’uomo ad esercitare la propria libertà in funzione della costruzione di una società solidale e sussidiaria quale naturale declinazione del nuovo comandamento dell’amore. La degenerazione assistenzialistica dovrebbe perciò essere curata, rispondendo alla sempre più impellente necessità di riconfigurare il nostro sistema di welfare in una prospettiva più orizzontale e vicina ai bisogni della persona, sostenendo sul piano culturale (oltre che spirituale) la riscoperta nell’uomo contemporaneo del suo più profondo desiderio di bene, felicità e bellezza, aiutandolo così a uscire dai recinti chiusi dell’identificazione del desiderio con il bisogno e da quella perenne insoddisfazione che gli impedisce di uscire da sé, aprendosi autenticamente a quell’amore verso il prossimo da cui dipende la sua stessa piena realizzazione come persona.

