Patto di Stabilità: una riforma per rilanciare la funzione procedurale (e non quantitativa) dei vicoli di bilancio

L’allarme lanciato dai Ministri Giorgetti e Fitto al Meeting di Rimini sui rischi per l’Italia di un ritorno alle previgenti regole del Patto di stabilità è reale. In gioco non c’è solo la manovra finanziaria, i cui margini di dipenderanno dall’entità degli impegni derivanti dalle regole europee, ma la possibilità stessa per l’Italia di giocare […]

L’allarme lanciato dai Ministri Giorgetti e Fitto al Meeting di Rimini sui rischi per l’Italia di un ritorno alle previgenti regole del Patto di stabilità è reale. In gioco non c’è solo la manovra finanziaria, i cui margini di dipenderanno dall’entità degli impegni derivanti dalle regole europee, ma la possibilità stessa per l’Italia di giocare un nuovo ruolo in Europa.

Chi diceva che l’austerity sarebbe finita con il NextGenerationEU e che i vincoli di finanza pubblica non sarebbero più tornati, semplicemente sbagliava. In primo luogo perché l’Europa dell’austerity in antitesi con la sovranità popolare era una rappresentazione potente, ma fuorviante. Si trattava di un’immagine elettoralmente appagante ma controproducente per la nostra credibilità in Europa. In secondo luogo perché i vincoli europei, espressione del costituzionalismo economico, non sono affatto in antitesi con la sovranità popolare. Essi, al contrario, ne accrescono in un certo senso lo spazio di azione, promuovendo l’equilibrio tra sfera pubblica e sfera privata, tra ordine politico, ordine economico e ordine sociale contro le tendenze sempre in agguato del Leviatano, svolgendo una funzione complementare sia rispetto al costituzionalismo democratico che al costituzionalismo sociale.

Il costituzionalismo economico rappresenta un argine contro le disfunzioni tipiche dello Stato pluralista, baluardo delle nostre libertà, tanto economiche quanto politiche: un presidio della sovranità popolare che richiede però una diversa modalità di conduzione delle politiche democratiche. Le regole europee sono espressione di questo paradigma economico-costituzionale che è però qualitativamente diverso rispetto a quello su cui si sono radicate le nostre dinamiche democratiche.

Il Patto di stabilità va riformato superando gli errori del passato e riconfigurandone regole e meccanismi di funzionamento. L’iniziale proposta della Commissione aveva il merito di ricalibrare le regole in termini procedurali, delineando un framework giuridico in grado di ancorare il confronto con i Paesi membri su binari discorsivo-razionali, salvaguardando la titolarità dell’indirizzo politico-economico in capo agli esecutivi nazionali e, nello stesso tempo, circoscrivendone però il perimetro entro il modello dell’economia sociale di mercato recepito nei Trattati. Quella dello scorso aprile, nel recepire alcune richieste della Germania, introduce invece alcuni automatismi nell’applicazione delle regole, riducendo così la discrezionalità della Commissione. La Germania avrebbe voluto che tali automatismi fossero resi ancora più stringenti ma ciò ne snaturerebbe la funzione, facendoci ricadere nuovamente vittime di un’errata concezione quantitativa dei vincoli finanziari.

Occorre perciò un bilanciamento, un compromesso politico in grado di rassicurare i Paesi frugali senza però smentire la funzione procedurale dei vincoli di finanza pubblica. Del resto, come insegna la constitutional political economy, in continuità con l’ordoliberalismo tedesco, in un’unione monetaria la salvaguarda della sovranità degli Stati membri richiede necessariamente un approccio istituzionale cooperativo e, dunque, relazioni politiche fondate sulla fiducia, capaci di fare appello alla responsabilità. La fiducia non può essere sostituita da automatismi basati su parametri quantitativi senza correre poi il rischio di prestare il fianco a dinamiche speculative sui mercati, come già avvenuto in passato.

Questa discussione può rivelarsi una grande occasione per l’Italia se, abbracciato tale paradigma economico-costituzionale, deciderà di concentrarsi più che sulla messa in discussione delle regole europee, da un lato, sulla loro applicazione e sul perfezionamento delle dinamiche istituzionali interne da cui dipende la tenuta del nostro stato sociale e, dall’altro, sull’esigenza di esprimere una politica europea in grado di ottenere dall’UE (secondo la logica ordoliberale degli interventi conformi al mercato) quelle risorse necessarie per portare avanti le riforme strutturali e gli investimenti che servono al nostro sistema economico e che, proprio a causa dei vincoli finanziari europei, non saremmo in grado di sostenere in assenza del supporto del partner europei.

Ne beneficerebbe l’Italia e, con essa, l’Europa intera, mai come in questo momento, in cerca di una nuova leadership capace di affiancare la Germania nella guida politica dell’UE. Un ruolo a cui l’Italia può senz’altro ambire se deciderà, come il Governo Meloni sembra voler fare, di giocare appieno la partita secondo le regole europee e non contro di esse

Fabio G. Angelini, Uninettuno Università di Roma

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